Tra Biomeccanica e Bioenergetica: un approccio terapeutico integrato nel trattamento del dolore vertebrale
Vi presento con grande piacere, un articolo estremamente interessante, che il Prof. FABIO SCOPPA, Dottore di Ricerca in Neuroscienze, Psicologo Psicoterapeuta, Osteopata D.O.m.R.O.I., Direttore della Scuola di osteopatia I.F.O.P., ha deciso di condividere attraverso il nostro blog. Ringrazio di cuore il Prof. Scoppa per questa opportunità, e gli rinnovo complimenti e stima per l’ottimo lavoro. Buona lettura.
“La maggior parte delle Facoltà prepara i medici, non per avere cura della salute degli uomini, bensì per esercitare una medicina che non vede che la malattia o i mezzi tecnici per combatterla. Sempre c’è un professionista disposto a somministrare un nuovo medicinale perché il paziente fugga da se stesso. La dipendenza del farmaco annulla la capacità di lottare. Ricorriamo sempre ai farmaci anche per casi banali. Necessitiamo, insisto, di centri di salute, non di servizi di malattia” – (Halfman MAHLER, Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità)
Introduzione
Il dolore vertebrale si impone alla nostra attenzione per almeno tre ragioni essenziali : la diffusione, la cronicità, il costo sociale.
E’ noto che circa l’80% degli individui durante la vita lavorativa soffre di mal di schiena, con livelli diversi di gravità. Di fronte a questa enorme diffusione, in talune situazioni cliniche si può riscontrare la tendenza a sopravvalutare alcune patologie, come l’artrosi, che spesso non sono la causa reale del dolore del paziente, ma ne rappresentano piuttosto una sorta di “giustificazione accettabile” o di capro espiatorio”.
In effetti, una delle caratteristiche sostanziali del dolore vertebrale é la sua ridotta specificità, dovuta all’ampio spettro di situazioni patologiche potenzialmente responsabili della sintomatologia algica e invalidante. Questa aspecificità è correlata con la complessità del sistema rachideo e delle sue intime connessioni con aspetti non soltanto biomeccanici e posturali, ma anche reflessogeni, psicologici, neurologici, reumatologici, neoplastici.
Tale aspetto polimorfo giustifica e leggittima un approccio clinico globale, sia in fase diagnostica che terapeutica, dove i vari orientamenti terapeutici non sono in antagonismo o in competizione, ma necessitano piuttosto di integrazione, per permettere di volta in volta di individuare in modo eclettico le cure più adeguate alla dimensione patologica espressa dal paziente.
Questo orientamento é oggi ampiamente condiviso, in quanto “la strada é necessariamente quella dell’integrazione di più apporti nel quadro di una rieducazione globale che affronti completamente tutti i fattori di rischio da cui il paziente è interessato” (S. Negrini, 1994).
Un dato che merita di essere sottolineato è il rapporto tra la sintomatologia rachialgica ed il sottostante quadro anatomo-patologico, ovvero la relazione esistente tra il dolore percepito dal paziente ed il danno organico oggettivamente diagnosticabile a livello vertebrale.
Nonostante l’altissima incidenza del mal di schiena di cui si é fatto cenno, i casi in cui é riconoscibile un substrato anatomo-patologico che possa oggettivamente giustificare la sintomatologia rachialgica rappresentano una minoranza che non supera il 20 (Nachemson, 1983) o il 30 per cento (Loeser, 1980).
Quindi la lombalgia cosiddetta funzionale o comune, non attribuibile ad un quadro anatomo-patologico completamente definito (quale ad es. : ernia del disco, spondilolisi – spondilolistesi, stenosi del canale vertebrale, radicolopatie,…), rappresenta circa l’ 80 % dei casi riscontrabili nella pratica clinica. Nonostante questa altissima percentuale, l’interesse della Medicina Ufficiale verso questo quadro clinico è stato tradizionalmente scarso, forse proprio per l’assenza di una grave compromissione anatomo-patologica associata alla sintomatologia.
Di fronte a questo tradizionale disinteresse, assistiamo oggi ad un crescente sviluppo di metodologie terapeutiche che considerano tutti i possibili fattori che, accanto a quelli anatomo-patologici, entrano in gioco nel dolore vertebrale.
In particolare, l’aspetto psicosomatico del dolore vertebrale é ormai diffusamente accettato e riconosciuto dalla maggioranza degli studiosi che si interessano al problema, anche se provenienti da ambiti diversi da quelli della psicologia a della medicina psicosomatica (ortopedia, reumatologia, neurologia, fisiatria, chinesiologia,…).
Secondo, la definizione della Società Internazionale per lo Studio del Dolore, il dolore costituisce un’esperienza emotiva e non soltanto una condizione fisica sgradevole; per tale ragione la diagnosi e la terapia del dolore non possono essere circoscritti ai soli atti terapeutici medici o chirurgici. A livello diagnostico, un’approfondita indagine anamnestica ed una valutazione neurologica e psicologica devono affiancare gli esami strumentali, onde poter riconoscere l’entità e la natura del dolore e di latri disturbi della sensibilità e della percezione corporea spesso associati. A tal proposito giova ricordare che il dolore vertebrale, anche quello originato da una noxa primaria, tende ad avere una componente psicologica che caratterizza lo stato di malattia e che rende impossibile una soluzione puramente strumentale del problema.
Quando il dolore vertebrale assume carattere di cronicità, la valenza psicologica acquista di norma maggior rilievo, in quanto la sovrapposizione di componenti psicologiche tende ad aumentare con la durata della malattia.
Quindi la componente psicologica va indagata e curata non soltanto quando si presente come causa primaria o concausa della malattia (prevalenza dell’aspetto psicogenetico), ma anche quando si presenta associata ad una malattia in cui è possibile riconoscere oggettivamente cause organiche ben definite (prevalenza dell’aspetto somatogenetico); quindi va indagata e curata in tutte quelle situazioni in cui coesistono in varia misura e proporzione aspetti somatici e aspetti psicologici, aspetti che interagiscono tra loro in modo complesso e sistemico, in quanto l’organismo funziona e reagisce come un insieme, anche quando il problema sembra essere locale.
Il fattore Muscolo-Tensivo
Per cercare di comprendere le complesse interazioni tra gli aspetti somatici e gli aspetti psichici di cui si è fatto cenno, è opportuno soffermarsi sul fattore muscolo-tensivo, ovvero su quell’insieme di tensioni muscolari che in varia misura sono costantemente presenti in caso di rachialgia.
Il mutuo rapporto tra dolore-contrattura muscolare-limitazione funzionale, è stato diffusamente descritto ed analizzato dagli studiosi che si sono occupati del mal di schiena.
La sindrome muscolo-tensiva, di comune osservazione nella pratica clinica nelle sue varie forme (basti pensare, ad esempio, alla cefalea muscolo-tensiva cervicale; cfr. Scoppa e Nicodra, 1994° e 1994b), si può trovare associata o meno a quadri anatomo-patologici ben definiti (ernia del disco, spondilolisi-spondilolistesi, stenosi del canale vertebrale,…) così come può essere correlata con disturbi funzionali e/o posturali (disturbi intervertebrali minori, sindrome delle faccette articolari, alterazioni scoliotiche o ipercifotiche,…), oppure può essere riconducibile ad un substrato psicosomatico che si esprime a livello dei tessuti muscolari con uno strato tensivo ed ischemico.
Quindi il fattore muscolo-tensivo rappresenta una costante pressocchè sempre presente nel dolore vertebrale, sia in presenza di un danno organico o di un deficit funzionale, sia in assenza di questi.
Questa costante presenza di una problematica tensiogena impone una riflessione accurata su tutte le possibili cause che la possono alimentare, e può rappresentare il “ trait d’union” per una comprensione realmente globale ed unitaria della sofferenza psicofisica del paziente.
A questo proposito faremo riferimento ai principi dell’Analisi Bioenergetica, secondo cui “ogni tensione muscolare cronica è uno stress continuo che si esercita sul corpo” (Lowen, 1983). L’affermazione di Lowen è inquietante, specie se consideriamo gli effetti subdoli e deleteri di questo stress cronico sull’organismo.
Alla luce del fondamento dell’Analisi Bioenergetica di identità funzionale tra processi corporei e processi psichici, queste tensioni rappresentano il corrispettivo somatico dei conflitti psichici.
A livello corporeo, due funzioni tra le più significative sono il respiro e il movimento. Nella pratica clinica è costante osservare come nel soggetto con problemi emozionali entrambe queste funzioni sono disturbate da tensioni muscolari croniche. Questo disturbo tensiogeno coinvolge di norma anche le grandi funzioni dell’organismo, come la sessualità, la digestione, il sonno.
Alcuni specifici tratti caratterizzali e personologici, analizzati in altra sede (Scoppa. 1993), possono essere responsabili dello stato di tensione; queste tensioni muscolari hanno una relazione con la capacità percettiva e di presa di coscienza corporea del soggetto.
Tutti i rieducatori che hanno affrontato il problema del mal di schiena in modo non meramente meccanicistico e strumentale, si sono dovuti confrontare con la scarsa o inadeguata presa di coscienza corporea del paziente rachialgico, con una sensibilità propriocettiva carente o ridondante e quindi un controllo posturale perlopiù alterato o non funzionale. Questa carente percezione corporea è di norma ancor più evidente in tutta la regione dorsale in quanto scarsamente rappresentata a livello corticale; carente percezione che assume maggior rilievo quando la struttura rachidea presenta algie, contratture muscolari, blocchi articolari.
Ebbene, l’Analisi Bioenergetica ci aiuta a capire quanto questa scarsa percezione a consapevolezza di sé sia connessa con le tensioni muscolari croniche e quindi con aspetti psico-emotivi. Questo tipo di tensione si presenta come uno spasmo muscolare persistente ed inconsapevole, che è diventato parte della struttura corporea del soggetto e della sua modalità di funzionamento. Finchè non provocano dolore, queste tensioni croniche sono difficilmente percepite dalla persona; quando ciò accade, il paziente può riconoscere lo stato di tensione che sottende il dolore, ma non è consapevole del suo significato e del perché si sia sviluppato, così come è incapace di ridurre in qualche modo il fattore tensiogeno.
In assenza di dolore, è difficile che il soggetto sia consapevole del proprio portamento, del proprio modo di muoversi, della propria postura: normalmente si sente a proprio agio nel proprio atteggiamento stereotipato, ed è inconsapevole di ciò che questo atteggiamento strutturato comporta a livello di benessere, di vitalità, di motilità.
Un muscolo entra in tensione quando é sotto stress. Gli stress possono essere di natura fisica o di natura emotiva. Sopportare un peso considerevole é uno stress fisico : quando l’individuo avverte la fatica o il dolore, interrompe l’attività o lascia cadere il peso.
Se, al contrario, non c’é la possibilità di rimuovere lo stress, la muscolatura va incontro ad uno stato di spasmo. Lowen ha dimostrato, e chiunque abbia affrontato un serio lavoro di terapia bioenergetica ne può essere consapevole, che uno stress emozionale è analogo ad uno stress fisico, in quanto la muscolatura si contrae per trattenere o contenere emozioni, analogamente a come avviene nel sostenere un peso : se il trattenere si prolunga abbastanza, la muscolatura andrà incontro ad uno spasmo cronico poiché impossibilitata a liberarsi della tensione. Di fronte a questo quadro clinico, le tecniche di massaggio hanno ottime possibilità di lenire il dolore, in quanto sono in grado di ridurre lo stato di tensione muscolare. Ma se la causa della tensione non viene eliminata o almeno ridotta, la sola massoterapia risulta un rimedio parziale e temporaneo.
Ricapitolando, qualsiasi emozione che non può essere liberata rappresenta una fonte di stress a livello muscolare, e la perdita parziale o totale di consapevolezza corporea è causata da tensioni muscolari croniche. La correlazione tra tensione muscolare e inibizione dell’emozione è talmente stretta che in Analisi Bioenergetica è possibile valutare quali impulsi o sentimenti siano trattenuti in un determinato soggetto esaminando le sue tensioni muscolari. Numerosi esempi possono aiutare ad illustrare questi concetti, per cui rimandiamo all’abbondante produzione bibliografica di Lowen.
La consapevolezza corporea è strettamente legata al movimento corporeo. Noi siamo in grado di percepire ciò che si muove ; ciò che non si muove è scarsamente percepito o addirittura completamente fuori dalla nostra percezione cosciente.
Per tale ragione, le parti del corpo bloccate da tensioni muscolari croniche sono pressoché escluse dal normale campo propriocettivo ; non solo, ma l’individuo non è nemmeno consapevole delle tensioni responsabili del deficit motorio e del deficit percettivo.

ll primo passo per favorire un risveglio propriocettivo o delle zone rigide e silenti é di far prendere coscienza al soggetto delle tensioni croniche che affliggono questi distretti corporei.
In terapia bioenergetica ciò si ottiene facendo assumere al soggetto delle particolari posizioni in cui può percepire le proprie tensioni, e facendo eseguire alcuni specifici esercizi che ci permettono di verificare la libertà e l’armonia del movimento (cfr. A. e L. Lowen, 1979).

Quando il soggetto recupera una certa capacità di presa di coscienza con le zone corporee mal percepite, può provare a liberare le tensioni croniche latenti che sottendono l’insensibilità. Il movimento è quindi in grado di scaricare muscoli cronicamente in tensione, ma su questo punto è opportuno fare una precisazione. Finché un movimento viene attuato in forma meccanica e rigidamente controllata, gli impulsi repressi, vengono trattenuti, e non c’é alcuna possibilità di contattare lo stress emozionale che sottende la tensione. La chinesiterapia, la ginnastica propriocettiva, la ginnastica medica, e in particolare le metodologie che si basano su un lavoro percettivo-motorio di presa di coscienza corporea e di rieducazione propriocettiva e posturale, si rivelano estremamente utili per il paziente rachialgico, ma non sono in grado di contattare quelle dinamiche emozionali di cui lo stesso soggetto non é consapevole. D’altra parte non è certo questo l’obiettivo delle tecniche chinesiterapiche.
Su tale presupposto si basa la nostra proposta di integrare il programma chinesiterapico, utile ed insostituibile a livello biomeccanico e posturale con la terapia bioenergetica, che, pur partendo anch’essa da un lavoro corporeo, agisce su di un livello diverso.
Tra Biomeccanica e Bioenergetica: l’approccio integrato
Quanto esposto nei paragrafi precedenti si traduce a livello operativo in un approccio terapeutico integrato.
Questo approccio consiste in una versione originale e bioenergetica di Back School (Scuola della schiena), attualmente uno dei programmi chinesiterapici più diffusi e accreditati per il trattamento biomeccanico e posturale delle rachialgie.
La Back School viene oggi a ragione definita “un approccio assolutamente essenziale nel trattamento del paziente lombalgico” (S. Negrini, 1,994).
Ferme alcune linee fondamentali, quali l’educazione del paziente, gli specifici esercizi di ginnastica medica, l’obiettivo di responsabllizzare e di rendere autonomo il paziente (“self-help”), la Back School si presenta come un programma flessibile al punto tale che si può affermare che “esistono tante scuole della schiena quanti sono i rieducatori che la applicano” (White, in S. Negrini.1994).
La nostra proposta di Back School (cfr. bibliografia) si caratterizza per l’approccio integrato cd individualizzato del paziente rachialgico, e si propone di considerare al contempo i problemi chinesiologici, biomeccanici, posturali, psicosomatici che in varia misura possono entrare in gioco nella sofferenza vertebrale.
A livello applicativo, è prevista la possibilità di intervenire con trattamenti individuali di chinesiologia, reflessologia, terapia manuale, onde evitare il rischio di un inserimento frettoloso del paziente nel gruppo di Back School senza risultati apprezzabili.
Queste tecniche individuali garantiscono una notevole efficacia antalgica e permettono di agire direttamente o in via riflessa sul problema muscolo-tensivo di cui si ò diffusamente parlato. Tra gli obiettivi di questo nostro programma rieducativo vi è la gestione degli stress e la ricerca del proprio equilibrio psicosomatico.
In generale, a tutti i pazienti viene data I’opportunità di prendere coscienza degli intimi rapporti che concorrono nel loro insieme ad una condizione di benessere e di salute. Tale percezione non é teorica, ma si basa su di un training esperienziale individualizzato : ciò avviene ad esempio, con esercizi di presa di coscienza corporea, con tecniche di rilassamento propriocettivo e di rilassamento autogeno, con la classe di esercizi di Bioenergetica.
Durante questo training esperenziale, il paziente può prendere coscienza di una dominante psicosomatica del proprio disturbo rachideo, e manifestare il bisogno di affrontare analiticamente il problema.
In questo caso, mantenendo il corpo come punto di riferimento primario ed essenziale della terapia, il paziente può così fisiologicamente ed armonicamente integrate il lavoro biomeccanico con quello bioenergetico.
Tra biomeccanica e bioenergetica, il paziente apprende le modalità per uscire dal mutuo rapporto tra dolore - contrattura muscolare - limitazione funzionale, e scoprire come, con l’Analisi Bioenergetica, sia possibile aggredire i due canali del disturbo, quello fisico e quello psico-emotivo, perché esse non sono altro che due facce della stessa medaglia.
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